FourSquare: il 2010 in un’infografica

Tanti dati interessanti su FourSquare, tutti in un’immagine.
Soprattutto il primo: una crescita del 3400% fa pensare più ad un fenomeno che ad un’intuizione di successo.

Dall’infografica emerge che l’applicazione è utilizzata sostanzialmente per tre tipologie di segnalazioni:

  1. Luoghi nei quali è possibile mangiare/bere (visibilissimi i tre picchi corrispondenti a colazione/pranzo/cena)
  2. Segnalare la propria presenza in ufficio o in spazi legati all’attività professionale
  3. Check-in nei negozi.

Per il primo e il terzo punto vedo terreno fertile per iniziative di marketing che sfruttino questa consuetudine tra gli utenti. Qualcuno già lo fa con successo. Con un po’ di speranza vedo che anche in Italia si sta muovendo qualcosa in questo senso. Speriamo bene.

Intanto diamo un’occhiata qui sotto.

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Facebook Friends Cartoon

Cosa sono i social media oggi?

Facebook Friends Cartoon

Una segnalazione veloce ad una risorsa che mi è capitata sotto gli occhi in questi giorni. Si tratta di una presentazione di scenario digitale che vuole tratteggiare lo stato dell’arte dei social media prendendo come spunto alcuni numeri derivati dalle attività degli utenti in rete.

Con un titolo un po’ sopra le righe, “What The F*** is Social Media now” di All Digital mette in fila, in un centinaio di slide, alcune interessanti evidenze con lo scopo di raccontare cosa è diventata la rete ai giorni nostri.

Ecco, solo alcune delle cifre citate dalla presentazione:

  • 500 miliardi: numero di minuti spesi su Facebook al mese
  • 25 miliardi: contenuti condivisi ogni mese su Facebook
  • 500 miliardi: la quantità di singole alterazioni della percezione che, attraverso i social media, gli americani generano ogni anno
  • 24 ore: la lunghezza dei video uploadati su YouTube ogni minuto
  • 2 miliardi: il numero di video guardati ogni giorno su YouTube
  • 4 miliardi: il numero delle immagini caricate su Flickr

Tutto ciò dà immediatamente la percezione di un ecosistema di contenuti in continua cresci ed espansione che sta conoscendo uno sviluppo con tassi esponenziali. La cosa interssante è che i social media influenzano la vita al di fuori della rete. Un esempio lo si ricava direttamente da un dato condiviso nella presentazione: un sesto dei matrimoni dell’ultimo anno hanno unito persone che si sono conosciute o sono state messe in contatto attraverso siti di social network.

Scorrendo le slide mi sono chiesto: ha ancora senso parlare (solo) di fenomeno dei social media? A me pare quantomeno riduttivo.

Twitter e aziende

Social network e le aziende italiane: un dialogo mancato

Twitter e aziende

Il ritardo delle aziende italiane sul piano tecnologico è cosa ben nota e si conferma tale anche per l’utilizzo di Twitter, la piattaforma di micro-blogging più famosa al mondo.

La lotananza delle imprese nostrane dal mondo dei social network trova conferma anche nell’ultimo rapporto redatto da Ludquist – società di consulenza strategica internazionale – che ha sottolineato come Twitter sia ancora sconosciuto alla gran parte della realtà industriale del Bel Paese.

Il comunicato che annuncia la ricerca esordisce chiaramente:

Italian companies have not yet discovered the power of Twitter with only eight of the country’s largest 40 companies using the social media site, according to new research released today by Lundquist.

Se negli Stati Uniti le aziende vedono nei social network il canale preferenziale di contatto con i clienti, in Italia è ancora diffusa la paura che queste piattaforme siano un passatempo e non asset importante per sostenere ed alimentare il business.
Dietro a questa diffidenza si nasconde la paura. Paura di gestire un luogo aperto, libero, dove il ruolo del protagonista è condiviso equamente tra brand e persone.
I pochi esempi italiani che utilizzano Twitter e gli altri social network, infatti, si rivelano ancora propensi ad una diffusione delle informazioni di tipo broadcast; il brand pubblica le news sui canali social senza mai sfruttarli per la loro peculiarità principale: il dialogo.
L’impressione è che alcune grandi imprese italiane che sono approdate a Twitter l’abbiano fatto senza coscenza del mezzo utilizzato, coltivando una presenza quasi obbligata, giusto per sentirsi al passo con i tempi.

Estendendo il discorso all’universo dei social network non esiste, o non è sfruttata adeguatamente, la possibilità di dialogo continuativo con le persone che ricevono queste comunicazioni. Se fino a qualche tempo la dualità era impedita dalla stessa natura della comunicazione, ora gli strumenti permettono il confronto ma le modalità di confrontarsi con il mercato restano le stesse.
E non è certo colpa delle persone che invece ricercando, anche se spesso in modo implicito, un dialogo con l’azienda, affollando forum, social network e blog con opinioni, suggerimenti e critiche verso prodotti o servizi.
Se prima dell’avvento del web il canale di feedback dei clienti era delegato all’atto dell’acquisto, con l’era del digitale si è aperto un nuovo spazio di scambio, forse più importante della vendita stessa. E’ lo scambio informativo, vero valore aggiunto per il brand ai giorni nostri.

L’apertura al confronto confronto, mindset culturale ancora prima che operativo, trova pochi interpresti almeno tra i nostri confini.
Esistono i casi d’eccellenza tra le grandi aziende ma si contano sulla punta delle dita di una mano.
Chi invece ha capito l’opportunità offerta dalle piattaforme social sono le start-up, piccole realtà imprenditoriali appena nate che vedono nel web uno spazio importantissimo di confronto e crescita, sfruttando le leve dell’interazione per modulare continuamente la propria offerta verso il mercato.
I piccoli imprenditori hanno capito che per “capire il mercato” è sufficiente confrontarsi con le persone che hanno una voce e che non sono più barre di un istogramma in un analisi di scenario.

Quale soluzione quindi per le grandi aziende?
Cambiare mentalità, aprirsi al confronto senza censurare le critiche che anzi diventano indicazioni da sfruttare per migliorarsi. Le persone saranno sicuramente disponibili perchè si sentiranno coinvolte e partecipi nella creazione di valore.
Comprendere che ciò che paga davvero è la qualità che si ha da offrire e non l’egemonia sulle proprie creazioni.
Le aziende, ora più che mai, possono spingersi dove non hanno mai osato: possono parlare con le stesse persone che poi compreranno i loro prodotti, sondare le loro richieste, valutare le critiche. Tanto le persone parleranno comunque delle aziende, che loro lo vogliano o mano. Tanto vale scendere nella mischia, mettersi al livello delle persone, e far valere le proprie posizioni.
Questo non significa perdere il controllo sull’identità della marca. Tutt’altro. Significa avere voglia di far crescere il brand insieme alle persone che già sono affezionate e lo conoscono a fondo, coinvolgendole affinchè esse stesse diventino promotrici.
Non necessariamente delegando loro l’ideazione di nuovi prodotti o servizi da immettere sul mercato, ma semplicemente dando loro voce e rispondendo prontamente ad ogni loro necessità.

Perchè, si sa, nell’era dei social network la diffusione passa attraverso un giudizio positivo, il “Mi piace”.

Italiani e infomazione online: scenari comunicativi in evoluzione

Ho letto recentemente la ricerca condotta da Liquida con la collaborazione di Human Highway.
L’oggetto è l’analisi dell’impatto dei blog nell’informazione di attualità e il rapporto con i mezzi di comunicazione tradizionali.

Il campo di indagine è interessante quanto attuale poichè si spinge ad esplorare un territorio fertile per le ibridazioni di consumo mediale. Mai come di questi tempi la fusione tra flussi informativi online e offline è legata da dinamiche in continua evoluzione. Fonti digitali e analogiche convivono in un ecosistema unico, alimentandosi e modificandosi reciprocamente, alla ricerca continua di autorevolezza.

Dalla ricerca emergono dati interessanti sullo scenario italiano. Il 10% della popolazione online, circa 2,3 milioni di persone, legge abitualmente blog che scrivono di attualità. Di questi un terzo dichiara di di informarsi solo attraverso i blog, tanto da preferirli ad altri siti editori presenti sul web.
Da sottolineare un aspetto importante: chi sceglie quotidianamente di leggere i blog lo fa in modo esclusivo rispetto all’opzione cartacea.

Ecco quindi che si delinea un nuovo palcoscenico: per alcuni utenti, i più assidui nella lettura, ai blog è riconosciuta la capacità di influenzare l’opinione pubblica quanto canali ben più istituzionali, a partire dalla classica informazione cartacea fino ad arrivare alle più recenti edizioni online delle testate nazionali.

La capacità di influenzare l’opinione non arriva, tuttavia, a scalfire la credibilità dei quotidinai tradizionali, i quali rimangono punti di riferimento importanti anche tra gli stessi blogger e i lettori di blog.
L’autorevolezza del blog è determinata, ovviamente, dall’identità della persona che ne cura i contenuti.
Un mutamento nella scelta delle fonti è quindi in atto: se nel caso dei quotidiani (online e offline) la garanzia di autorevolezza è conferita dal prestigio della testata (un articolo del Corriere della Sera o de La Repubblica è autorevole per il solo fatto di essere stato pubblicato), nel caso del blog la testata e l’autore non sono scindibili e crescono di pari passo.

Dalla ricera emergono due direttrici:

  1. I lettori di quotidiani cartacei ripongono più fiducia nelle informazioni riportate dalla carta stampata.
  2. I lettori che leggono solo blog considerano questi ultimi più autorevoli dei canali tradizionali

Da queste considerazioni emerge quindi che una vera osmosi tra l’informazione istituzionale e quella presente sui blog non si è ancora verificata.
Sostanzialmente, ognuno continua ad attribuire importanza alle fonti che è abituato a leggere da sempre, non mostrando propensione al contagio tra i due canali.
Forse ci vorrà ancora del tempo perchè i due modi di fruire l’informazione possano mutamente intersecarsi.

Sembra però chiaro che il fattore abilitante di questo processo sarà la qualità. Più elevata (e riconoscibile) sarà e più la linea che separerà i due modi di fare informazione sarà impercettibile.
Esistono già esempi noti di questo fenomeno: firme note del giornalismo cartaceo/tradizionale si stanno affermando come autorevoli blogger capaci di raccogliere un ampio sostegno.

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