Quanto valgono le persone?

workA volte mi chiedo se lasciare a casa una una persona sia un bene o un male per l’equilibrio economico di un’azienda, soprattutto in un momento di congiuntura economica.
Sa da un lato nel breve periodo l’impresa trae un sicuro beneficio economico, facendo a meno di pagare lo stipendo per una risorsa considerata in esubero, dall’altro la persona di cui si priva porta via bagaglio di know-how e di prassi operative difficilmente ricostituibili in breve tempo.

In un periodo di crisi economia ciò che prevale è il primo aspetto a discapito del secondo, ritenuto marginale.
Ma cerchiamo di fare un passo in più. Quanto la congiuntura volge al termine e la domanda riprende a crescere, un fattore critico di successo è il tempo impiegato a immettere sul mercato un prodotto (o servizio) in grado di soddisfare le esigenze. Questo periodo, il time-to-market, è la misura della reattività d’impresa; quanto è più breve, quanto più aumentano le possibilità di affrontare il mercato da leader, traendone tutte i conseguenti vantaggi (marginalità, awareness, ecc.)

Ora, chi determina la durata del time-to-market? Le persone, la loro professionalità, il bagaglio di esperienza che negli anni hanno pazientemente costruito. Ripartire da zero costa, troppo. Il lavoro, con le sue implicite dinamiche, non si impara sui manuali aziendali, nè si presenta secondo regole prestabilite.
L’azienda (e chi la dirige) deve essere consapevole di questa cosa e su di essa deve lavorare, ogni giorno.

Morale: prima di lasciare a casa una persona sarebbe meglio puntare l’attenzione oltre alla sterile cifra che determina il corrispettivo budget.
E’ facile privarsi di un costo, molto più difficile acquisire competenze di qualità.
E le competenze, passato il buio della crisi, sono il vero valore aggiunto su cui fare leva.

Peccato che le competenze non abbiano una voce in bilancio.

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TesiCamp: fantastica esperienza!

Che gran giornata, oggi! Una di quelle esperienze che sai già di ricordare a lungo.
TesiCamp si è concluso da pochissime ore non voglio aspettare troppo prima di mettere nero su bianco le mie impressioni, sicuramente. Perdonate, quindi, la foga del racconto: è l’entusiasmo che mi guida.

Bisogna essere sinceri, un po’ da aspettarselo: quando dai la possibilità a dei ragazzi di raccontare le proprie idee e i propri lavori, necessariamente si compie un’autoselezione facendo emergere solo le persone che hanno veramente voglia di mettersi in gioco.
Clima informale ereditato dallo stile barcamp, ma mai superficiale. Ho imparato qualcosa da ogni presentazione a cui ho assistito, e per me questa è una cosa bellissima perchè non voglio mai dare nulla per scontato.

L’evento ha contato la presenza di molti universitari oltre a i 40 ragazzi che hanno presentato. Ciò significa che l’iniziativa, almeno dalle loro reazioni, ha riscosso molte approvazioni, e non c’è che da esserne felici.

Lo scopo del TesiCamp, nato quasi come esperimento, è stato quello di ribaltare il concetto di conferenza in cui i più giovani ascoltano e i professionisti spiegano. Oggi questa logica si è ribaltata: le aziende presenti, poche ma di qualità, si sono mostrate estremamente interessate, tanto da partecipare attivamente anche alle fasi di dibattito dopo ogni presentazione.

Ah, una nota di colore: una ragazza è riuscita a guadagnarsi un lavoro a seguito di una ricerca fatta proprio attraverso il blog di TesiCamp! Può forse esserci una sintesi migliore per descrivere i risultati questa iniziativa? 🙂

La tavola rotonda che ha chiuso l’evento è stato un momento di confronto costruttivo e, devo dire, molto equilibrato, tanto che i 90 minuti di interventi da parte dei diversi relatori sono letteralmente volate!

Insomma un’esperienza sicuramente da riproporre che ha avuto anche qualche risonanza in rete, qui il search per #tesicamp su Twitter.

Un grande grazie va alle quattro menti che hanno partorito e realizzato questo progetto: Alberto, Luca, Ivan e Emanuela. La realizzazione ha veramente sfiorato la perfezione e i frutti, bisogna dirlo, si sono raccolti subito, bravi!

10 buone ragioni per trasferirsi in California (e magari lavorare da Google)

the_eagles_hotel_californiaCi sono cose che mi farebbero partire per la California (destinazione Silicon Valley) domani mattina. Qui ne elenco 10, ma potrebbero essere molte di più.
Disclaimer: tutte le cose che ho scritto qui di seguito sono tratte dalle interessantissime chiacchierate con Antonio, mio carissimo cugino di secondo grado, ingegnere in Google da ormai due anni e trasferito in terra a stelle e strisce da dodici.

  1. Lavorare con una connessione 20 mbps (occhio, non mbit) GARANTITA
  2. Essere pagati ogni due settimane invece che ogni mese
  3. Avere a disposizione 13 ristoranti etnici interni al Googleplex in cui scegliere dove pranzare (gratis, ovviamente)
  4. Poter usufruire di: piscine, campi da beach volley, campi da basket, ecc. da utilizzare previa prenotazione anche durante l’orario di lavoro.
    N. B. La piscina è aperta h24 ed è regolarmente controllata da un bagnino
  5. Vedere Sergey e Larry (fondatori di Google), che in due fanno 34 miliardi di dollari di capitale personale, girare in bici tra i palazzi dell’Headquarter o al massimo girare con una Toyota Prius
  6. Vedere Sergey e Larry parlare per 20 minuti ogni venerdì per il TGIF (Thanks God It’s Friday), e poi concludere  con un aperitivo in cui è possibile parlare tranquillamente con due persone che hanno fatto e stanno facendo la storia del web
  7. Avere l’assicurazione pagata dalla propria azienda
  8. Avere l’abbonamento ADSL casalingo pagato dalla propria azienda
  9. Avere un capo che si incazza con te perchè tu non richiedi una promozione.
    Qui ci sarebbe un capitolo da aprire: in Google decidi tu quando essere promosso. Se dimostri con i fatti (e non con i contatti) di aver fatto un buon lavoro e alcune persone che tu indichi lo riconoscono, i capi NON possono opporsi alla tuo passaggio di livello. Molto 2.0, no? 🙂
  10. Avere dal 1 Gennaio al 31 Dicembre una temperatura tale che nel tuo guardaroba l’indumento più pesante è una felpa di cotone.

Cavolo, mi rendo conto di aver detto solo la metà delle cose che mi sono state raccontate da Antonio, ma il titolo impone di fermarsi a dieci e così faccio Tongue out

Che dite, vi sembrano motivi sufficienti?

Sono "cultore della materia": è una parolaccia?

Finalmente, a un anno e qualche mese dalla mia laurea, ho cominciato la mia esperienza anche in ambito accademico, diventando ufficialmente Assistente per il corso di Nuovi Media e Comunicazione Cross-Mediale dell’Univesità Cattolica di Milano.

Un grande grazie al Prof. Ivan Montis per avermi dato questa possibilità.

Ho già interrogato gli studendi in un paio di sessioni e devo ammettere che la situazione è stata tanto strana quanto interessante.
A giudicare dai voti che ho dato sicuramente non impersonifico lo stereotipo dell’Assistente-carogna, quello che aspetta di passare dall’altra parte della barricata per gettare verso gli studenti tutte le frustrazioni che ha in corpo.

Certo, interrogare tuoi coetanei (o ragazzi anche più grandi di te) fà senza dubbio un certo effetto.
Altra avventura che comincia e chissà dove potrà portarmi 🙂

Ah, per chi non ci credesse, ecco immortalata la prova: il tesserino di assistente. Con mia grande sorpresa è praticamente identico a quello che avevo da studente. Vedremo se al cinema mi faranno ancora lo sconto presentandolo…

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