Social Media e aziende: c’è qualcuno fermo a qualche anno fa

social media landscape

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Torno poco fa dalla pausa pranzo e, insieme al gruppo di colleghi, ritiriamo la posta dell’ufficio.
Tra le varie scartoffie e i messaggi promozionali travestiti da auguri di Natale, la nostra attenzione si sofferma sul titolo di una testata periodica a cui siamo abbonati.
Si tratta di “Rassegna GraficaScienza, tecnologia, arte della stampa e della comunicazione“.

In copertina troviamo l’articolo principale che classificare come banale è fare un complimento, intitolato: “I Social Media prossimi alleati della aziende”.
Già sbalorditi per un’affermazione tanto ovvia quanto desueta, proseguiamo con la lettura dell’abstract, che recita così:

Questi nuovi media di comunicazione sono diventati un fenomeno di massa, che però sta tornando utile anche alle imprese. Consentono, infatti, a chi vuole fare business di avvalersi di un tipo di marketing diretto.

Abbiamo controllato la data, increduli. Purtroppo abbiamo avuto una conferma infelice: è proprio datato dicembre 2009.

Robe da non credere, c’è qualcuno che pensa che la partita stia per cominciare, quando ormai il fischio d’inizio è già stato dato da un bel po’.

IabForum 2009: chi paga il contenuto online? Tante ipotesi, qualche certezza, poche idee

IAB-logoAnche quest’anno Milano ha ospitato l’edizione dello IAB Forum, l’evento forse più importante dedicato all’evoluzione dei media in relazione all’advertising online.
Non mi sento di dare un giudizio complessivo sulla manifestazione: su due giorni ho partecipato fisicamente solo all’ultimo appuntamento in agenda ieri pomeriggio, organizzato da Banzai.

Il titolo dava spazio a interessanti riflessioni, sicuramente molto attuali : “Chi paga il contenuto? L’UCG ed il sistema economico dei media”.
Tavola rotonda abbastanza qualificata ed eterogenea: Paolo Ainio (presidente di Banzai), Lorenzo Pelliccioli (AD di De Agostini), Luca Sofri (giornalista e blogger), Tommaso Tessarolo (Country Manager Current TV), Vittorio Zambardino (giornalista di Repubblica) e Luca Conti (giornalista e blogger). A tirare le fila Gad Lerner, digiuno di cultura digitale ma volenteroso di capirci un po’ di più.

Sarò sincero: mi sarei aspettato maggiori spunti costruttivi dal panel, magari con qualcuno dei presenti che osasse anche solo abbozzare uno scenario futuro. Ancora una volta – forse giustamente, non so – il discorso è ricaduto sul ruolo della pubblicità a sostentamento del business online, limitando il focus degli interventi al solo settore dell’editoria digitale. Voglio propropoppre ugualmente qualche considerazione:

  • L’arretratezza dell’Italia rispetto ad altre realtà digitali è ormai noto da tempo. Purtroppo sento ancora spesso che la soluzione è diminuire il gap cercando di importare le eccellenze sviluppate altrove, vale a dire rassegnarsi al fatto che l’Italia non è in grado di “produrre” innovazione. L’approccio, però, è incompleto. Un’affermazione di questo tipo non tiene conto del nostro contesto culturale, politico e demografico non raffrontabile con Paesi all’avanguardia in questo campo. Manca il mindset adeguato, condiviso e distribuito. Non la volontà di fare. Semplicemente vogliamo guardare avanti con gli occhi piazzati dietro alla schiena.
  • Business e oline. Un business model che abbia come revenue solo incoming pubblicitario non è sufficiente, di per sè, a sostenere il business stesso. L’esempio citato in conferenza, quello di  huffingtonpost.com in realtà non è comparabile. Ha costi di struttura e di gestione completamente diversi da quotidiani nati su carta e migrati (parzialmente o totalmente all’online)
  • Vecchi e nuovi modi di pensare. Nel mondo digitale occorre ragionare per nuovi paradigmi. L’errore più comune è quello di pensare l’innovazione come un avazamento/evoluzione o di mercati già strutturati. Ho trovato interessante, a riguardo, la riflessione di Sofri: “Pensare l’approccio dell’editoria all’online come un adattamento degli schemi dell’editoria classica sarebbe come pensare come preservare i cavalli quando alla fine dell’800 si cominciò ad usare il treno per gli spostamenti”. Il, quindi, parte dalle basi, sdradicando certezze fino ad ora inattaccabili. Come l’ordine dei giornalisti ad esempio, che per sua stessa strutturazione non ammette permeabilità intellettuali. Pelliccioli ha sentenziato in modo chiaro:Il giornalismo deve ripensarsi. Non è possibile concepire che una corporazione professionale possa essere aperta al cambiamento”. Su questo la pensa alla stessa maniera anche Zambadino.
  • Tema UCG e qualità. Anche qui Nihil novum sub sole. L’apertura della partecipazione attiva delle community nel settore dell’informazione è una cosa inevitabile. E’ un dato di fatto inconfutabile. Da qui a dire che tutti i contenuti UCG siano di qualità, ne passa. La professionalità unita a competenze consolidate sono  asset fondamentali per l’emersione dell’eccellenze. Il fatto di possedere una telecamera HD e una buona idea non è sufficiente, di per sè, a fare di una persona qualsiasi un grande regista.
    La rete dà invece opportunità ai videomaker più talentuosi di poter mostrare al mondo il proprio estro sfruttando canali diretti alternativi al mainstream. Tessarolo di Current TV è stato molto chiaro: “Se il nostro palinsesto fosse formato solo da contentuti UCG puro, il nostro canale avrebbe chiuso i battenti nel giro di pochi mesi”
  • Futuro. Ainio è sicuro: “Tra 5 anni Google non avrà più il peso attuale, il suo ruolo di monopolista sarà fortemente ridimensionato”. Non sono certo un amante delle egemonie, ma mi è difficile (ora come ora) pensare a una riduzione della potenza di Big G.
    Se immagino internet come una casa, Google rappresenta sicuramente la porta, il gate di accesso privilegiato. Non solo. Sempre di più si sta riposizionando come un service provider a tutto tondo, continuando a sfornare prodotti di buona qualità, gratuiti ma non sempre utili (vedi Wave).
    Facile capire come ci possa riuscire: Google possiede il futuro. Ogni giorno raccoglie, analizza e gestisce una quantità di informazioni provenienti da una massa critica così estesa in grado di tradurre i miliardi di ricerche in insights di mercato. Prima degli altri, meglio degli altri. Difficile pensare ad un competitor di tale entità.

Morale della favola? Come al solito IAB forum è stato un momento per fare un punto della situazione e alimentare qualche considerazione personale.
Non porto a casa nessuna certezza, ma non era questo il mio scopo.
Sarei già contento di farmi le domande giuste 🙂

Ah, dimenticavo. Ovviamente tutta la due giorni è stata costantemente protagonista sui social network. Uno per tutti Twitter, con l’hashtag #iabforum09

Google e l’untitrust: il punto della situazione e alcune riflessioni

googleGoogle è veramente un monopolista dell’informazione e dell’editoria italiana? La società di Mountain View, indicizzando e catalogando anche i siti di news, “ruba” effettivamente quote di lettori alle altre testate digitali?

Sono queste le domande che si stanno ponendo i funzionari dell’Antitrust osservando le continue evoluzioni di Big G.
La potenza e la presunta egemonia di Google desta preoccupazioni anche oltre oceano, dove si riflette da tempo se le testate giornalistiche più autorevoli possano ricevere gravi frenate, registrando perdite di lettori a favore del servizio di indicizzazione news fornito da Google.

E’ realmente così?
Prendiamo il caso italiano, partendo da qualche dato di riferimento. Dai report di ComScore, si delinerebbe uno scenario diverso: nel mese di luglio, Google News ha registrato 2.4 milioni di lettori italiani, un numero decisamente inferiore ai 3.8 milioni di utenti che i principali quotidiani online italiani hanno ospitato sui propri siti (come Corriere.it e Repubblica.it).

Da questi numeri risulterebbe che Google non rappresenti, almeno nel nostro Paese, il detentore dell’informazione online, seppur occupi una fetta di mercato importante.
Tutto è partito da una denuncia della Fieg (Federazione Italiana Editori Giornali) depositata presso l’Antitrust secondo la quale “Google impedirebbe agli editori di scegliere liberamente le modalità con cui consentire l’utilizzo delle notizie pubblicate sui propri siti Internet”.

Il comunicato comprendere anche una nota di carattere economico: “Gli editori italiani, che non ottengono alcuna forma di remunerazione diretta per l’utilizzo dei propri contenuti su Google News, non avrebbero inoltre la possibilità di scegliere se includere o meno le notizie pubblicate sui propri siti internet sul portale stesso: Google renderebbe infatti possibile ad un editore di non apparire su Google News, ma ciò comporterebbe l’esclusione dei contenuti dell’editore dal motore di ricerca della stessa Google.”

Questa la posizione della principale istituzione dell’editoria in Italia.
Google, a fronte della denuncia e all’eco mediatica che essa ha generato, ha diffuso una nota in cui dichiara che “L’Antitrust ha formulato una notifica contro Google Italy. Stiamo raccogliendo ulteriori dettagli, benché sappiamo che la notifica sia relativa a Google News, un servizio che porta traffico e utenti ai siti dei giornali”

Ma come funziona Google News?
Google News è un servizio che seleziona, gerarchizza e offre al lettore una serie di notizie provenienti da svariate fonti. Funziona bene, i risultati alle ricerche sono pertinenti e pertanto attira l’interesse degli investitori pubblicitari.
E’ proprio questo il punto.
Gli editori accusano Google di arricchirsi con gli introiti pubblicitari sfruttando contenuti che non sono stati prodotti dal motore di ricerca che si limita soltanto a renderli disponibili alla ricerca.