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21 dic 2010

Cosa è successo nel 2010?

Eventi-2010

Non parlo spesso del mio lavoro, ma per questa cosa voglio fare un’eccezione per un progetto di cui sono particolarmente soddisfatto.
Poche ore fa abbiamo rilasciato per famigliacristiana.it un’applicazione che raccoglie i principali eventi in Italia e nel mondo che si sono svolti durante l’anno che si sta per chiudere.

Attraverso una mappa interattiva potrete navigare tra oltre 80 eventi, filtrare gli avvenimenti per mese e  sfogliare oltre 400 foto e video per raccontare politica e sport, catastrofi naturali e conquiste scientifiche.

Buon divertimento! E non dimenticatevi di…condividere!

29 nov 2010

One Google fits all (needs)

google-services

Sapevo che questo momento, prima o poi, sarebbe arrivato.

Google si propone come il punto di accesso predefinito della rete esplicitando ciò che, di fatto, è sotto gli occhi di tutti: un unico marchio in grado di soddisfare qualsiasi tipo di esigenza dell’utente; dalla ricerca alla posta elettronica, dalle mappe alle immagini, sono pochi i campi in cui BigG non sia presente. Fa eccezione, a ben vedere, il settore dei social network, in cui l’azienda di Mountain View ha agito con indecisione, lanciano sul mercato prodotti che non hanno raccolto la stessa fortuna di altri.

Ora ha capito una cosa: non basta avere una soluzione (valida) per ogni servizio, occorre diventare il punto di riferimento per ogni utente. A partire da quelli che la rete non la masticano ancora tanto: la generazione di chi non è stata investita dal cambiamento epocale causato da internet. Gli over 60 non sono mai stati un mercato di riferimento per chi ragionava di business in rete, ma alcuni dati (tra l’altro neppure recentissimi) stanno dimostrando che lo scenario non è proprio come lo si è ipotizzato.

Avanzamento di età e vicinanza ad internet non sono più due elementi inversamente proporzionali e così è necessario comunicare anche con questa fascia d’eta che, è sempre bene ricordarlo, ha (statisticamente) a disposizione più tempo e più soldi rispetto a tutti gli altri profili.

Google l’ha capito e ha fatto la prima mossa. Particolare, ma assolutamente coerente per le abitudini mediali del nostro Paese: ha usato la tv. L’intendo della campagna “Che cosa cerchi oggi?” è chiaro: sdoganare il fatto che la rete sia costruita solo per chi la sa usare e che sia dominio di giovani e di tecnofili. Al contrario internet, ovviamente attraverso il bouquet di prodotti Google sapientemente presentati uno dietro l’altro, è il luogo in cui ogni domanda della vita reale trova risposta in rete.

Questo lo spot:

Sicuramente un approccio interessante. Quasi filantropico, mi verrebbe da dire. Non dimentichiamoci però che Google trae vantaggio dalle informazioni che gli utenti ogni giorno producono utilizzando le sue applicazioni. Non è quindi difficile capire che più persone usano ciò che Google mette loro a disposizione e più quest’ultimo ha dati utili per alimentare i propri business (in primis quello pubblicitario, prima entrata in assoluto dei suoi bilanci).

Sarà una mia personale impressione ma questo approccio un po’ mi fa paura. Sono allergico a tutto ciò che in rete si auto attribuisce l’etichetta di “soluzione definitiva e omnicomprensiva”.
Ora, facciamo finta per un momento di avere 70 anni, essere incuriositi dall’Internet e volerne capire un po’ di più. Vediamo questo spot in TV e cosa capiamo? Che Google è internet. Le due cose vengono percepite come sovrapposte, due nomi per descrivere la stessa cosa.

Un po’ come quei ragazzini (e non solo loro) a cui chiedi di elencarti almeno 10 siti che hanno visitato durante l’ultima settimana e la loro risposta è immancabilmente: “Facebook…”. Qualcuno cita YouTube ma duramente arrivano ad elencarne cinque.

Lungi da me demonizzare Google. Io stesso uso ed apprezzo la maggior parte dei prodotti che mette a disposizione. La mia è una semplice riflessione su come una comunicazione come quella appena proposta dai suoi spot possano generare una percezione della rete che comincia e si esaurisce con i servizi offerti dal colosso americano.

Che poi, se ci pensiamo bene, il suo motore di ricerca è lo strumento che la maggior parte di noi utilizza ogni giorno per sondare l’infinito mondo che è la rete.

Come dire, One Google fits all (needs).

Ps. Dimenticavo: anche voi potete creare “la vostra storia” raccontata attraverso le pagine di Google; su Youtube è stato aperto un canale dedicato all’iniziativa.

8 giu 2010

Social network e le aziende italiane: un dialogo mancato

Twitter e aziende

Il ritardo delle aziende italiane sul piano tecnologico è cosa ben nota e si conferma tale anche per l’utilizzo di Twitter, la piattaforma di micro-blogging più famosa al mondo.

La lotananza delle imprese nostrane dal mondo dei social network trova conferma anche nell’ultimo rapporto redatto da Ludquist - società di consulenza strategica internazionale – che ha sottolineato come Twitter sia ancora sconosciuto alla gran parte della realtà industriale del Bel Paese.

Il comunicato che annuncia la ricerca esordisce chiaramente:

Italian companies have not yet discovered the power of Twitter with only eight of the country’s largest 40 companies using the social media site, according to new research released today by Lundquist.

Se negli Stati Uniti le aziende vedono nei social network il canale preferenziale di contatto con i clienti, in Italia è ancora diffusa la paura che queste piattaforme siano un passatempo e non asset importante per sostenere ed alimentare il business.
Dietro a questa diffidenza si nasconde la paura. Paura di gestire un luogo aperto, libero, dove il ruolo del protagonista è condiviso equamente tra brand e persone.
I pochi esempi italiani che utilizzano Twitter e gli altri social network, infatti, si rivelano ancora propensi ad una diffusione delle informazioni di tipo broadcast; il brand pubblica le news sui canali social senza mai sfruttarli per la loro peculiarità principale: il dialogo.
L’impressione è che alcune grandi imprese italiane che sono approdate a Twitter l’abbiano fatto senza coscenza del mezzo utilizzato, coltivando una presenza quasi obbligata, giusto per sentirsi al passo con i tempi.

Estendendo il discorso all’universo dei social network non esiste, o non è sfruttata adeguatamente, la possibilità di dialogo continuativo con le persone che ricevono queste comunicazioni. Se fino a qualche tempo la dualità era impedita dalla stessa natura della comunicazione, ora gli strumenti permettono il confronto ma le modalità di confrontarsi con il mercato restano le stesse.
E non è certo colpa delle persone che invece ricercando, anche se spesso in modo implicito, un dialogo con l’azienda, affollando forum, social network e blog con opinioni, suggerimenti e critiche verso prodotti o servizi.
Se prima dell’avvento del web il canale di feedback dei clienti era delegato all’atto dell’acquisto, con l’era del digitale si è aperto un nuovo spazio di scambio, forse più importante della vendita stessa. E’ lo scambio informativo, vero valore aggiunto per il brand ai giorni nostri.

L’apertura al confronto confronto, mindset culturale ancora prima che operativo, trova pochi interpresti almeno tra i nostri confini.
Esistono i casi d’eccellenza tra le grandi aziende ma si contano sulla punta delle dita di una mano.
Chi invece ha capito l’opportunità offerta dalle piattaforme social sono le start-up, piccole realtà imprenditoriali appena nate che vedono nel web uno spazio importantissimo di confronto e crescita, sfruttando le leve dell’interazione per modulare continuamente la propria offerta verso il mercato.
I piccoli imprenditori hanno capito che per “capire il mercato” è sufficiente confrontarsi con le persone che hanno una voce e che non sono più barre di un istogramma in un analisi di scenario.

Quale soluzione quindi per le grandi aziende?
Cambiare mentalità, aprirsi al confronto senza censurare le critiche che anzi diventano indicazioni da sfruttare per migliorarsi. Le persone saranno sicuramente disponibili perchè si sentiranno coinvolte e partecipi nella creazione di valore.
Comprendere che ciò che paga davvero è la qualità che si ha da offrire e non l’egemonia sulle proprie creazioni.
Le aziende, ora più che mai, possono spingersi dove non hanno mai osato: possono parlare con le stesse persone che poi compreranno i loro prodotti, sondare le loro richieste, valutare le critiche. Tanto le persone parleranno comunque delle aziende, che loro lo vogliano o mano. Tanto vale scendere nella mischia, mettersi al livello delle persone, e far valere le proprie posizioni.
Questo non significa perdere il controllo sull’identità della marca. Tutt’altro. Significa avere voglia di far crescere il brand insieme alle persone che già sono affezionate e lo conoscono a fondo, coinvolgendole affinchè esse stesse diventino promotrici.
Non necessariamente delegando loro l’ideazione di nuovi prodotti o servizi da immettere sul mercato, ma semplicemente dando loro voce e rispondendo prontamente ad ogni loro necessità.

Perchè, si sa, nell’era dei social network la diffusione passa attraverso un giudizio positivo, il “Mi piace”.

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